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Baruch Spinoza

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Baruch Spinoza è forse uno dei filosofi più interessanti del ‘600, trascurato nella sua epoca ma riscoperto nei secoli successivi. Ancora oggi è uno dei filosofi più studiati del suo tempo.
Vale la pena ricordarlo.
Vale la pena studiarlo.

Spinoza nasce nel 1632 e muore nel 1677, molto giovane, neppure quarantacinquenne. È olandese, nasce ad Amsterdam, e poi vive gran parte della sua vita a L”Aia. Tuttavia, il cognome “Spinoza” non suona olandese, sembra infatti più spagnolo. In effetti, era un filosofo ebreo, la cui famiglia visse a lungo in Spagna e poi in Portogallo, prima di stabilirsi in Olanda dopo la cacciata degli ebrei dalla penisola iberica.
Spinoza verrà però presto rinnegato dalla sua stessa comunità. Le sue opere, infatti, saranno accusate di ateismo, e verrà scomunicato non solo dalla Chiesa protestante, molto forte in Olanda, ma anche dalla Chiesa cattolica e dalla comunità ebraica. Verrà, insomma, emarginato da tutti.

Subirà tentativi di omicidio, e sarà escluso per le sue idee da molte comunità. Nonostante ciò, continuerà a professare e scrivere le sue idee.
Pubblicherà poche opere in vita, poiché già una di queste, in cui aveva riposto una certa speranza, il Trattato teologico-politico, pubblicato anonimamente, fu mira di fortissime critiche.
L’opera principale, su cui ci soffermeremo a lungo, è l’Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, che verrà pubblicata solo postuma, perché considerata un’opera che rischiava di essere tracciata di eresia. Spinoza rimase sempre ai margini, vivendo del mestiere di ottico. Ebbe pochi discepoli e ammiratori, e spesso rifiutò gli aiuti economici che gli venivano offerti.
Morì di tisi, e lasciò una serie di scritti molto interessanti, legati alla filosofia del ‘600 e anche al pensiero cartesiano, ma che andarono ben oltre.

Per iniziare a comprendere il pensiero di Spinoza, partiremo da un’opera minore, il Trattato sull’emendazione dell’intelletto. Questa ci permette di capire qual è il fine ultimo della sua filosofia. Si cerca di capire come si può essere felici, e come si possa dirigere bene l’intelletto verso la felicità. Perché?
Perché molto spesso gli uomini si lasciano incantare da cose futili, da cose che non sono veramente importanti nella vita, come ad esempio le ricchezze, gli onori, o la carriera. Questi beni, queste cose che cerchiamo per essere felici, in realtà non ci appagano mai: sono transeunti, cioè, finiscono in fretta, sono fugaci, non durano. Generano spesso più inquietudini che felicità. La stessa ricerca del denaro, che certo, magari ci permette di fare alcune cose, ma ci fa vivere sempre in ansia di perderlo.
Questi beni, che crediamo essere dei beni, in realtà non lo sono davvero. Possono essere, per Spinoza, dei mezzi per raggiungere il vero bene. Il denaro, quindi, non è da disprezzare, e nemmeno gli onori, ma non possono essere i veri obiettivi, perché si esauriscono in fretta, non ci soddisfano mai pienamente. Se vogliamo essere veramente felici, dobbiamo puntare altrove e trasformare questi beni da obiettivi a mezzi, utilizzandoli per raggiungere qualcos’altro. E cosa sarà questo “qualcos’altro”?
Per Spinoza quello che dobbiamo cercare per essere felici deve essere qualcosa di durevole, di eterno, qualcosa capace di inondarci della sua pienezza senza mai esaurirne la forza e la carica di felicità. Deve essere qualcosa di eterno e infinito. E questo qualcosa è Dio.

Ora, potremmo chiederci: “Come Dio? Spinoza non era un filosofo accusato di ateismo?”
Effettivamente Spinoza venne accusato di ateismo, ma non era davvero ateo o, meglio, era ateo solo per quanto riguarda le religioni tradizionali. Spinoza aveva una visione molto precisa di Dio, e la sua filosofia è di fatto una ricerca di Dio, ma non del Dio delle religioni tradizionali. Di un Dio diverso.
Prima però di spiegare la visione di Spinoza su Dio, bisogna capire come egli criticava le divinità delle religioni tradizionali. Spinoza, infatti, nacque in una comunità ebraica, ma venne rinnegato dall’ebraismo e addirittura scomunicato dai rabbini dell’Olanda. Venne scomunicato anche dalla comunità protestante, che era molto forte in Olanda, e perseguitato anche dai cristiani. Insomma, Spinoza fu un filosofo rinnegato da ogni religione rivelata.
Bisogna anche dire che lui non risparmiò certo critiche a queste religioni, e condusse un’analisi critica e precisa dei testi sacri. In particolare della Bibbia, che è testo sacro sia per i cristiani che, in versione diversa, per gli ebrei. Spinoza è, probabilmente, l’autore della prima seria analisi storico-critica della Bibbia. Analizzando questi testi, notò una serie di incongruenze che, secondo lui, rendevano la Bibbia meno meritevole di fiducia. Ad esempio, Spinoza dimostrò che i primi libri della Bibbia e la Torà, tradizionalmente attribuiti a Mosè, non potevano essere stati scritti da lui, perché narrano eventi successivi alla sua morte. Come poteva quindi Mosè aver scritto dei libri che raccontano fatti accaduti dopo la sua morte?
Questo, per Spinoza, era una prova inconfutabile. Allo stesso modo, analizzando l’intero Antico Testamento, trovò molte altre incongruenze. Ad esempio, in alcuni punti si afferma che Dio non può mai mostrarsi fisicamente, mentre in altri viene presentato come un roveto ardente, e così via. Queste contraddizioni, per Spinoza, sono un segno che la Bibbia non è un testo vero in ogni sua parte.

Un altro tema su cui Spinoza si soffermò particolarmente è quello dei miracoli, presenti nell’Antico e nel Nuovo Testamento, e spesso considerati prove dell’esistenza di Dio. Spinoza, però, sosteneva che, logicamente, i miracoli non avevano ragione d’esistere. Se ci mettiamo nell’ottica di Dio, che è considerato l’autore del mondo, colui che ha plasmato il mondo e gli ha dato delle leggi, colui che è onnipotente, non avrebbe potuto creare leggi di natura migliori, tali da non richiedere mai un’interruzione?
Se davvero voleva che accadessero certe cose, perché ha dovuto ricorrere ai miracoli?
I miracoli sembrano quasi delle correzioni a leggi che sono state scritte male, ma Dio, essendo onnipotente, non può aver scritto male le sue leggi. Dunque, nell’ottica di Spinoza, i miracoli rappresentano una contraddizione rispetto all’onnipotenza divina e, quindi, non hanno ragione di esistere. Per Spinoza, la credenza nei miracoli è semplicemente superstizione. Spinoza attacca le religioni tradizionali perché le ritiene fonti di superstizioni.

Da dove nasce la religione? Secondo Spinoza dalla paura dell’uomo che si trova davanti a un mondo che non comprende, di cui non conosce ancora le leggi. E proprio perché non conosce le leggi della natura, l’uomo si affida alla religione. Si fida dei sacerdoti che gli dicono: “Questo accade perché Dio lo vuole.” In realtà, dietro agli eventi naturali ci sono delle leggi, come i terremoti o le carestie, che accadono non per volontà divina, ma sulla base di leggi naturali. Tuttavia, l’ignoranza di queste leggi porta l’uomo a pensare che tali eventi siano il risultato della volontà di Dio e, quindi, pregando Dio si possa risolvere il problema.
Secondo Spinoza, questo non solo è falso, ma pure dannoso per l’uomo, perché, credendo in queste religioni, l’uomo non usa la sua ragione. Rinuncia a usare la ragione, preferisce affidarsi a spiegazioni fantasiose e superstiziose invece di cercare di comprendere davvero la realtà delle cose. In questo modo, l’uomo mette in pausa la propria razionalità, accettando spiegazioni prive di fondamento scientifico.

La riflessione di Spinoza sulla Bibbia lo porta presto a trattare anche il tema dello Stato, soprattutto nel suo Trattato teologico-politico. Questo tema, all’epoca, era ampiamente discusso, Spinoza vive nello stesso secolo di Thomas Hobbes, che pochi anni prima aveva esposto le sue teorie nel Leviatano e nel De Cive. Spinoza è abbastanza in linea con Hobbes quando dice: “Proviamo a immaginare lo stato di natura.”
Ma cos’è lo stato di natura?
È quella situazione ipotetica in cui i filosofi immaginavano l’uomo prima della nascita dello Stato, prima della nascita di ogni forma di associazione civile. Come vivrebbe un uomo in natura? Secondo Spinoza, nello stato di natura gli uomini avrebbero tanti diritti quanti ne possono ottenere con la loro forza, cioè quanti la loro forza permette loro di conquistare. Nello stato di natura, infatti, non esistono ancora concetti morali come giusto e sbagliato, bene e male: sono concetti che nascono solo quando gli uomini si associano. Nel contesto dello stato di natura, vige solo la legge del più forte. Quindi, il più forte può imporsi sul più debole, obbligandolo a fare quello che vuole.
Questo è il suo diritto, perché, secondo Spinoza, il diritto dipende dalla forza: chi è più forte ha più diritti, chi è meno forte ne ha meno. Tuttavia, in questo scenario lo stato di natura diventa immediatamente uno stato pericoloso, poiché tutti tentano di esercitare la propria forza sugli altri. I più forti prevalgono, i più deboli soccombono, ma anche i più forti rischiano costantemente la vita, poiché i deboli possono allearsi e ribaltare la situazione. Di conseguenza, questo stato di natura è pericolosissimo per tutti, perché anche i più forti rischiano di essere uccisi o sopraffatti.
Di fronte a questo pericolo costante, gli uomini, ragionando, comprendono che è più conveniente uscire da questo stato di natura, firmare una sorta di patto tra cittadini e fondare lo Stato. La nascita dello Stato è, quindi, un atto razionale, con cui gli uomini decidono di rinunciare a una parte della loro forza, affidandola allo Stato in cambio della sicurezza, per non rischiare la vita ogni istante.
Questo significa che, per Spinoza, lo Stato ha tanti diritti quanta è la sua forza. Deve essere autorevole, forte, e deve esercitare la sua forza quando necessario. Ma, allo stesso tempo, lo Stato deve garantire le libertà: se i cittadini lo fondano per essere più liberi, per garantire la propria sicurezza e per avere più diritti, allora lo Stato deve garantire questi diritti. Lo Stato deve garantire la sicurezza e, soprattutto, la libertà di parola, di opinione e così via.
Il problema principale, secondo Spinoza, è proprio quello della libertà di parola e di opinione. Questo si lega al discorso precedente sulla religione. Tuttavia, Spinoza aggiunge un’importante precisazione: se spogliamo le religioni (ebraismo, cattolicesimo, ecc.) da tutte le superstizioni e miracoli, cosa rimane? Rimane un insegnamento morale. Ecco, l’insegnamento morale delle religioni non è tutto da buttare. Secondo Spinoza ha un suo valore, soprattutto quando, ad esempio, l’ebraismo o il cristianesimo ci invitano ad amare il prossimo, il nemico, il compagno, il fratello. Questo è un insegnamento morale che ha un fondamento anche per Spinoza. Dunque, ciò che non va nelle religioni non è tanto l’insegnamento morale, quanto tutto l’apparato di miracoli e superstizioni. Questi ultimi non solo sono falsità, ma, cosa più grave, ci impediscono di usare la ragione. Inoltre, in chiave politica queste superstizioni ci impongono l’obbedienza.
La religione, infatti, non ci vuole portare alla verità, o a una reale comprensione del mondo, ma vuole solo che obbediamo. Spinoza fa l’esempio di Mosè: quando scese con le Tavole della Legge dal Sinai, non disse agli ebrei “Vi spiego perché è meglio non uccidere,” disse semplicemente “Non uccidere.” Non spiegò perché è meglio non rubare, disse solo “Non rubare.”
Così funziona la religione secondo Spinoza: non ti spiega perché devi credere o comportarti in un certo modo, semplicemente ti impone di farlo. Il problema, quindi, non è solo il fatto che la religione non spiega, ma che ha come scopo principale l’obbedienza. In questo senso, la religione è contraria allo spirito dello Stato che deve garantire il maggior numero possibile di libertà ai cittadini, mentre la religione, che mira all’obbedienza, è l’esatto opposto.

Da queste premesse, possiamo arrivare al punto più importante della filosofia di Spinoza: l’Ethica ordine geometrico demonstrata, un’opera capitale e di fondamentale importanza.
Come dice il titolo latino, è “spiegata secondo l’ordine geometrico.” Si tratta di un libro di etica, che ci insegna come vivere.
L’obiettivo finale dell’opera è la felicità. Ma per capire come vivere, dobbiamo prima capire in che mondo viviamo e cosa siamo all’interno di esso. Per fare questo, Spinoza parte da premesse metafisiche e logiche.

Ciò che rende unico il libro è lo stile che adotta: l’opera è strutturata secondo il modello degli Elementi di Euclide, il fondatore della geometria euclidea. Gli Elementi sono un testo fondamentale della geometria, scritto in un modo particolare, con definizioni, teoremi, dimostrazioni, assiomi e corollari. Spinoza applica lo stesso metodo rigoroso e strutturato all’ambito etico. In altre parole, vuole scrivere un libro non di geometria, ma di vita, di mondo, di realtà e di Dio, però con lo stesso rigore della geometria.
Ma perché Spinoza sceglie questo stile?
Innanzitutto, perché la geometria è un linguaggio chiaro e limpido, che permette di ragionare in maniera coerente e rigorosa. Spinoza desidera un ragionamento che sia convincente, ordinato, ben strutturato e, soprattutto, coerente. Spinoza crede fermamente che il mondo abbia una struttura geometrica, ovvero sia governato da regole necessarie, come la geometria. Di conseguenza, applicare il metodo geometrico allo studio del mondo ha senso per lui.
Usando questo metodo comincia a chiedersi cosa sia il mondo, e inizia dal concetto fondamentale di sostanza. La parola “sostanza” è un termine ricorrente in filosofia, da Aristotele in poi, e uno degli ultimi a utilizzarlo prima di Spinoza fu Cartesio. Anche Cartesio parlava di sostanza, dividendo il mondo in “sostanza pensante” (res cogitans) e “sostanza estesa” (res extensa), due realtà separate e autosufficienti. Tuttavia, Spinoza riflette sul pensiero cartesiano e dice: Cartesio afferma che la sostanza è autosufficiente, ma è davvero così? Secondo Spinoza, no.
Le due res di Cartesio non sono veramente autosufficienti, perché entrambe dipendono da Dio per esistere. Cartesio non è stato abbastanza preciso nella definizione di sostanza, così Spinoza inizia la sua Etica con una definizione celebre di sostanza:

“…per sostanza intendo ciò che è in sé e per sé si concepisce, cioè ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa da cui debba essere formato.“

Ma cosa significa? La sostanza, per Spinoza, è ciò che è completamente autonomo, ciò che non ha bisogno di nient’altro, né per esistere, né per essere pensato. In termini filosofici, diciamo che la sostanza è autonoma sia dal punto di vista ontologico (non ha bisogno di altro per esistere), sia dal punto di vista logico o gnoseologico (non ha bisogno di altro per essere pensata).
Allora Spinoza si chiede: che cosa, in questo mondo, ha davvero questa caratteristica? Noi, come esseri umani, non siamo autosufficienti: abbiamo avuto bisogno dei nostri genitori per esistere, i nostri genitori dei loro, e così via. Gli oggetti intorno a noi hanno avuto bisogno di un artigiano o di un’industria per essere creati. Così, qual è l’unica cosa che esiste senza bisogno di altro? La risposta è Dio.
Dio è l’unico ente che esiste necessariamente, l’unico che non ha bisogno di altro per esistere.
Fin qui, sembra che Spinoza stia confermando quanto sostenuto dai filosofi precedenti, come Tommaso d’Aquino o Anselmo. Ma Spinoza introduce un cambiamento radicale: quando parla di Dio, non si riferisce al Dio dei cristiani o degli ebrei. Spinoza dice: Deus sive Natura, cioè “Dio ossia la Natura”.
Per Spinoza, Dio è la natura. La sostanza è tutto ciò che esiste, e tutto è parte della sostanza. Questo significa che Dio non è un’entità separata dal mondo, ma il mondo stesso. Spinoza sostiene un panteismo: Dio è la natura, l’universo intero è Dio. L’ordine geometrico che governa il mondo è Dio. Dio non è un essere separato che osserva il mondo da lontano, ma è l’universo stesso, la realtà, l’unica vera sostanza che esiste.

Spinoza prosegue complicando un po’ il quadro. La sostanza, cioè Dio o la natura, si presenta in modi diversi. Ha degli attributi, che sono infiniti, poiché la sostanza è infinita. Tuttavia, gli esseri umani sono in grado di percepire solo due di questi infiniti attributi: l’estensione e il pensiero. Questi due attributi corrispondono alle due qualità essenziali della sostanza.

Oltre agli attributi, la sostanza ha anche dei modi. È utile immaginare una struttura gerarchica dall’alto verso il basso: al vertice c’è la sostanza, poi ci sono gli attributi, e infine i modi. Gli attributi sono le qualità essenziali della sostanza, mentre i modi sono le modificazioni accidentali della sostanza stessa.
Anche i modi si dividono in due tipi: i modi infiniti e i modi finiti. I modi infiniti derivano direttamente dagli attributi. Ad esempio, dall’attributo dell’estensione derivano i modi infiniti del moto e della quiete. Dall’attributo del pensiero derivano i modi infiniti dell’intelletto e della volontà.
Questa distinzione tra estensione e pensiero dovrebbe suonare familiare, poiché rispecchia la distinzione cartesiana tra res cogitans e res extensa. Tuttavia, per Spinoza, queste non sono due sostanze separate, ma semplicemente due attributi di un’unica sostanza, che è Dio o la Natura. Spinoza sostiene che Cartesio abbia fatto un errore concettuale quando ha parlato di due sostanze, chiamandole res cogitans (pensiero) e res extensa (estensione). In realtà queste non sono due sostanze separate, ma due attributi di un’unica sostanza, che è Dio. Cartesio, dunque, non era completamente in errore, ma non aveva compreso appieno la realtà.

Ora, ci sono gli attributi e ci sono i modi. I modi infiniti derivano direttamente dagli attributi, come il moto e la quiete dall’estensione, o l’intelletto e la volontà dal pensiero. Tuttavia, ci sono anche i modi finiti, e noi stessi, così come tutte le cose finite, siamo modi finiti. Io sono un modo finito, e ciò significa che tutta la natura, tutta la realtà, è Dio, la sostanza unica. C’è una sola sostanza infinita, che è la realtà intera.
Tuttavia, noi non possiamo mai vedere questa realtà nella sua interezza: quando guardo davanti a me, vedo solo una parte limitata di questa realtà, un piccolo squarcio. Vedo cose finite. Queste cose sembrano tutte diverse e finite, ma se facciamo un passo indietro, ci rendiamo conto che condividono qualcosa: hanno estensione, e a volte anche la capacità di pensare. Per esempio, io posso pensare, il mio gatto può pensare in modo diverso, e un altro essere umano può pensare a sua volta in maniera ancora diversa.
Questo significa che il pensiero ci accomuna. Allo stesso modo, l’estensione ci accomuna, il moto e la quiete ci accomunano, così come l’intelletto e la volontà. Quindi, ciò che ci sembra diverso in realtà non lo è poi così tanto, perché le cose condividono attributi comuni, come estensione e pensiero. Questo implica che, alla fine, l’essenza vera delle cose è sempre una sola: la sostanza, che si manifesta in modi diversi.
Spinoza ci invita a vedere le cose come manifestazioni diverse di un’unica realtà. Un uomo e un altro uomo possono sembrare diversi, ma in realtà fanno parte della stessa sostanza, che li comprende entrambi. Questa sostanza è Dio, ed è la realtà.

Spinoza aderisce a una visione panteista, in cui Dio non è separato dal mondo: Dio è il mondo. Non dobbiamo immaginarci Dio come un’entità distinta o lontana, come un vecchio con la barba. Spinoza critica l’antropomorfismo religioso. Non ha senso pensare che Dio abbia creato il mondo per un atto d’amore, come sostengono i cristiani o gli ebrei. Spinoza rigetta questa concezione. Dio non pensa, non decide. Dio non ha scelto di creare il mondo in un dato momento, perché Dio non è una persona che fa scelte. Dio è il mondo stesso, la realtà stessa, e la realtà non si è creata per volontà, ma per necessità.
Spinoza usa un esempio celebre: così come dalla definizione di triangolo deriva necessariamente che la somma dei suoi angoli interni è di 180°, dalla definizione di Dio deriva necessariamente il mondo.
Cosa intende dire con questo esempio?
Il mondo è creato per necessità matematica, per necessità geometrica, non per un atto di volontà. Dio non ha deciso, un giorno, di creare il mondo: Dio non è una persona che decide. Dio è l’universo, e l’universo funziona secondo leggi interne, proprio come la geometria. Io esisto non perché Dio mi abbia voluto, ma perché il mondo è regolato da leggi biologiche che hanno permesso la comparsa della vita sulla Terra, l’evoluzione degli animali, delle scimmie, dell’uomo, e infine di me.
Questo è il meccanismo che Spinoza descrive: un meccanismo puramente geometrico e necessario, per cui il mondo si regola da sé in modo automatico. Per questo motivo la sua opera è scritta in un linguaggio geometrico, perché è così che il mondo funziona: come un ordine geometrico. Le cose accadono perché ci sono delle leggi, non perché un Dio decide di farle accadere.

Spinoza rifiuta l’antropomorfismo religioso. Le religioni tradizionali presentano Dio come un essere simile all’uomo, a volte raffigurato con una barba, o come un anziano saggio. Spesso lo chiamano Padre, dicono che ci ama, che ha un intelletto e una volontà. Gli attribuiscono quindi caratteristiche umane, rendendolo quasi un superuomo, un uomo dotato di poteri straordinari. Secondo Spinoza, questo è un pregiudizio umano. Dio non è fatto come noi. Dio non è un essere che ci ama o ci aiuta.
Per Spinoza, è frutto di superstizione credere che Dio abbia questi tratti umani. Ecco perché pregare o sperare che Dio ci aiuti ha poco senso: Dio non è una persona, ma la natura stessa, che segue le sue leggi in modo necessario e ineluttabile. Spinoza ci spiega che Dio non è una persona da pregare, amare o ammirare. È tutt’altra cosa. Questo discorso critico verso le religioni tradizionali culmina nella sua riflessione sul finalismo. Il finalismo è la credenza che tutto nell’universo avvenga per uno scopo, e che tale scopo sia stato deciso da Dio.
Le religioni ritengono che ogni evento abbia un fine. Per esempio, quando succede qualcosa di negativo, spesso si dice: “C’è un motivo, Dio ha un progetto, e questo progetto deve realizzarsi”. Secondo Spinoza parlare di finalismo non ha alcun senso, poiché Dio non ha progetti. Dio è la natura, e la natura non ha scopi o fini intrinseci. Non esistono leggi di natura che abbiano un obiettivo da perseguire. Tuttavia, Spinoza si chiede: perché allora l’uomo ha iniziato a credere nel finalismo?
Per comprendere ciò, Spinoza analizza la storia dell’umanità. Nei tempi antichi, l’uomo aveva il bisogno di sopravvivere e cercava mezzi naturali per farlo: campi da cui raccogliere frutti, mandrie di animali da cacciare, o la pioggia che permetteva ai raccolti di crescere. Poiché questi mezzi non erano opera dell’uomo, ma provenivano dalla natura, l’uomo primitivo si convinse che la natura stessa avesse uno scopo, e che ci fosse un’entità superiore, un Dio, che aiutasse l’uomo a raggiungere i propri obiettivi. L’uomo, abituato a stabilire fini, e a usare mezzi per raggiungerli, iniziò a pensare che tutto nell’universo avesse uno scopo, e che esistesse un’entità sovrumana che potesse aiutare a raggiungere questi fini. Questo portò l’uomo a pregare gli dèi per chiedere pioggia, evitare carestie, malattie e pandemie. Tutto questo è frutto di pura superstizione.
Il punto centrale di Spinoza è che credere che esista un fine nell’universo significa anche limitare Dio. Cosa vuol dire che Dio ha uno scopo? Se Dio ha un fine, allora vuol dire che vuole raggiungere qualcosa che non ha ancora. Ma se Dio è perfetto e onnipotente, come può mancare di qualcosa? Se Dio è perfetto, non gli manca nulla, e quindi non può avere scopi. Un Dio perfetto non può avere desideri o progetti, poiché sarebbe un controsenso. Le religioni, secondo Spinoza, cadono in contraddizione quando affermano che Dio è perfetto e allo stesso tempo che ha degli scopi, poiché queste due affermazioni non possono essere vere contemporaneamente. Spinoza afferma che i finalisti commettono un errore fondamentale: confondono i mezzi con i fini. Per chiarire usa un esempio celebre: il Sole. Cosa pensa un finalista?
Un finalista crede che Dio abbia messo il Sole alla giusta distanza dalla Terra affinché potessimo vivere.
Se il Sole fosse stato più vicino, saremmo bruciati; se fosse stato più lontano, la Terra sarebbe stata troppo fredda per la vita. Un finalista, dunque, conclude che Dio ha creato il Sole per noi, per farci vivere. Ma Spinoza ribalta completamente questa visione: non è il Sole che esiste per noi, siamo noi che esistiamo grazie al Sole. Il Sole esisteva già, e la Terra per puro caso si è trovata alla distanza giusta per permettere la vita. Tanti altri pianeti si trovano a distanze sbagliate e non ospitano la vita. Uno, invece, era alla distanza giusta, e lì, grazie a circostanze fortuite, si è sviluppata la vita. Non è che Dio ci abbia dato il Sole perché ci amava; il Sole esisteva già, e noi siamo nati perché la Terra era alla giusta distanza da esso.
In sintesi, non è il Sole che ci è stato dato per uno scopo, ma siamo noi che siamo nati grazie al Sole. Spinoza ribalta la prospettiva tradizionale e ci invita a vedere la realtà in modo più razionale, senza attribuire scopi finali alla natura o a Dio.

Dopo tutte queste premesse, Spinoza ci invita a riflettere su come l’uomo debba vivere per essere felice e, soprattutto, su come funzioni l’uomo.
Abbiamo capito che l’uomo è un modo finito della sostanza, è parte di questa, proprio come qualsiasi altra cosa in questo mondo. Ogni cosa esistente è un modo finito della sostanza. Questo porta Spinoza a una considerazione importante dal punto di vista etico: l’uomo non è speciale.
Molti filosofi prima di lui hanno sostenuto che l’uomo occupa una posizione privilegiata nell’universo, diversa da tutte le altre cose. Secondo Spinoza si sbagliano. L’uomo è solo un elemento della natura, esattamente come un albero, il mare o un libro. Non c’è tutta questa differenza.
Certo, l’uomo possiede l’attributo del pensiero, ma ciò non cambia il fatto che sia comunque un elemento naturale. Di conseguenza, anche lo studio dell’uomo deve essere condotto come si studiano tutte le altre cose naturali, con un geometrismo morale rigoroso. Questo significa che l’uomo va studiato scientificamente, proprio come si studiano le figure geometriche, perché è parte integrante della natura e, come tutti gli altri elementi naturali, è soggetto alle leggi della natura. Il compito è dunque quello di individuare le leggi che regolano il comportamento umano.
Spinoza si domanda se queste leggi ci rendano schiavi, o ci concedano la libertà. Quando pensiamo alla natura, spesso immaginiamo che gli oggetti inanimati non siano liberi. Se premo un pulsante, un ascensore arriva al piano, non può decidere cosa fare. Ma per quanto riguarda l’uomo, ci sembra di essere più liberi rispetto agli oggetti della natura. Dunque, dobbiamo chiederci se l’uomo, pur essendo un elemento naturale, possa godere di una certa libertà.
Spinoza introduce la legge fondamentale del comportamento umano, che si applica non solo all’uomo, ma a ogni cosa in natura. Ogni ente, sia esso animale, pianta o oggetto inanimato, tende a perseverare nel proprio essere, cioè, cerca di autoconservarsi. Questa, per Spinoza, è la legge suprema della natura: ogni cosa fa di tutto per conservarsi. Anche l’uomo segue questa legge naturale, manifestando una sorta di energia vitale o impulso primordiale, che Spinoza chiama con il termine latino conatus.
Il conatus è lo sforzo che ogni essere fa per continuare a esistere. Questa è l’unica legge fondamentale della natura. Spinoza afferma che non esistono bene e male in senso assoluto. Bene e male sono concetti relativi, derivati proprio da questa legge naturale.
Questo vuol dire che ogni uomo cerca di sopravvivere e di migliorare la propria condizione esistenziale. Il nostro desiderio di vivere meglio, e di evitare ciò che ci danneggia, questo sforzo di autoconservazione è l’espressione del conatus. Il conatus si concretizza in volontà, desiderio, e nelle nostre azioni quotidiane.3

Spinoza sostiene che esistono delle emozioni fondamentali legate a questo sforzo di autoconservazione, le chiama affetti primari.
I principali sono due: gioia (letizia) e tristezza.
La gioia è l’affetto che proviamo quando il nostro conatus viene soddisfatto, quando sentiamo di passare da una perfezione minore a una maggiore. La tristezza, invece, è l’affetto opposto, cioè quando il nostro conatus viene frustrato.

Immaginiamo che ci venga fatta una domanda e di rispondere correttamente. In quel momento proviamo gioia, e Spinoza direbbe che ciò conferma la sua teoria: il nostro conatus sa che una risposta corretta ci aiuta a migliorare la nostra condizione. Con una bella risposta, infatti, il nostro status migliora, abbiamo più sicurezza e possibilità di successo. Di conseguenza, la nostra spinta naturale verso l’autoconservazione è appagata, e proviamo gioia. Ora immaginiamo invece la situazione opposta. In questo caso proviamo tristezza, perché il nostro conatus viene danneggiato: una risposta errata ci costringe a recuperare, e ci crea insicurezza, facendo peggiorare il nostro status.
La gioia e la tristezza, quindi, sono affetti primari che derivano da come il nostro conatus viene appagato o frustrato. Ma attenzione: anche il concetto di bene e male deriva da questo. Secondo Spinoza, noi chiamiamo bene ciò che appaga il nostro conatus, e  male ciò che lo danneggia. Per esempio, perché diciamo che è bene saper rispondere alle domande? Non perché esistano valori morali oggettivi che ci dicono “questo è il bene e devi saper rispondere a tutte le domande”. Spinoza ribalta questa idea: noi vediamo che saper rispondere bene ad una domanda ci fa stare meglio, e quindi definiamo bene ciò che ci fa star meglio, e male ciò che ci fa star peggio.
In altre parole, i valori morali non impongono le regole di comportamento, ma derivano dal comportamento stesso, dal nostro conatus. L’unica legge fondamentale è il conatus. Questo porta Spinoza a una conclusione: i concetti di bene e male sono relativi, dipendono dalle circostanze.

Ma non esistono solo gioia e tristezza, che sono affetti primari. Ci sono anche gli affetti secondari, che derivano dalla gioia e dalla tristezza. Pensiamo, ad esempio, all’amore e all’odio. Cos’è l’amore?
L’amore è una gioia che proviamo, ma la cui causa attribuiamo a una persona esterna. Ad esempio, quando vedo la persona di cui sono innamorato, mi sento felice, provo amore. L’amore, quindi, è una forma di gioia: la base è sempre la gioia, ma è una gioia particolare, poiché attribuiamo la sua causa a un’altra persona. L’odio, invece, è una forma di tristezza. È la tristezza che proviamo quando attribuiamo a qualcun altro la causa del nostro malessere. Anche l’odio, dunque, ha come base la tristezza, ma è una tristezza specifica, legata a una persona che riteniamo responsabile.
Che cos’è dunque la speranza? La speranza è una forma di gioia, ma si manifesta quando ci aspettiamo che la nostra condizione migliori. È una gioia legata all’attesa. La paura, invece, è una forma di tristezza che proviamo quando temiamo che la nostra condizione peggiori. Quindi, tutte le altre emozioni sono variazioni o combinazioni di gioia e tristezza, che sono le basi fondamentali.

Spinoza ci sta dicendo che queste emozioni sono leggi di natura. Noi non proviamo queste emozioni perché lo vogliamo. Ecco che qui Spinoza affronta il tema della libertà. Se provo tristezza, non ho scelto certo di essere triste. La tristezza non è un atto libero, così come la gioia che provo. Non decido di provare queste emozioni, semplicemente le sento. Spinoza ci fa notare che queste emozioni sono come leggi naturali: proprio come un albero non può evitare di tendere verso il sole, noi non possiamo evitare di provare gioia o tristezza a seconda delle circostanze. In base a come il nostro conatus viene appagato o frustrato proviamo queste emozioni. La nostra spinta ad appagare il conatus è una forza naturale.
In questo senso, siamo elementi della natura e quindi non siamo liberi. Un esempio famoso di Spinoza è quello del neonato che non è libero di decidere se avere o meno fame. Il bambino ha fame e vuole il latte, ma non decide liberamente di volerlo: lo desidera naturalmente, come una necessità. Anche noi, quando proviamo emozioni come la rabbia, crediamo di essere liberi, ma in realtà non lo siamo.
Ad esempio, se siamo persone impulsive e qualcuno ci offende, ci arrabbiamo automaticamente, senza poter controllare l’emozione. La rabbia sorge in noi spontaneamente e non possiamo impedirlo.
Molte volte desidereremmo non provare certe emozioni, come la rabbia o la tristezza, ma non possiamo evitarle: le sentiamo perché fanno parte della nostra natura.
Per Spinoza, non siamo liberi nel senso tradizionale del libero arbitrio: non possiamo decidere cosa provare. Le emozioni ci travolgono. Questi stati d’animo ci capitano, indipendentemente dalla nostra volontà.

Sembra una visione provocatoria, ma Spinoza è convinto di questo. Tuttavia, il fatto che non abbiamo il libero arbitrio è perché il nostro conatus – la spinta naturale all’autoconservazione – ci condiziona, ma questo non significa che siamo completamente privi di controllo. L’uomo ha la capacità di decidere come agire. Se qualcuno mi offende, e sono una persona impulsiva, sento la rabbia montare dentro di me ed è inevitabile. Tuttavia, posso decidere come gestirla. Anche se la rabbia mi spinge a colpire l’altra persona, posso scegliere di non farlo. Posso cercare di contenere la rabbia e sfogarla in altri modi. Similmente, potrei innamorarmi di una persona con cui non posso stare. Non posso evitare di provare quell’amore, ma posso decidere di reprimerlo o di esprimerlo in un’altra forma.

La vera libertà dell’uomo, secondo Spinoza, risiede proprio in questo: non possiamo decidere cosa desiderare, ma possiamo decidere come gestire i nostri desideri e come direzionare il nostro conatus. È questa la grandezza dell’uomo. Le emozioni che proviamo sono naturali e non possiamo impedirle, ma possiamo imparare a gestirle, a moderarle e a usarle in modo saggio. Un uomo saggio è colui che sa controllare il proprio conatus, che sa come gestire le proprie emozioni.
Le emozioni in sé non sono né buone né cattive, sono parte della natura. Non c’è nulla di sbagliato nel provare odio o amore, perché sono emozioni naturali. Spinoza critica le religioni che colpevolizzano i desideri umani, come nel caso dei comandamenti biblici che vietano di desiderare ciò che appartiene agli altri. Secondo Spinoza, questi desideri sorgono naturalmente, e non c’è modo di evitarli. L’unica cosa che possiamo fare è controllare come agiamo di fronte a questi desideri.
L’etica di Spinoza è quindi un’etica del controllo e della gestione delle emozioni. Non possiamo impedire alle emozioni di manifestarsi, ma possiamo imparare a gestirle cercando sempre il piacere e la gioia. Ad esempio, potrei avere il desiderio di rubare una cosa per appagare il mio conatus, ma se lo facessi, rischierei conseguenze peggiori, come essere arrestato. In questo caso, sarebbe più saggio rinunciare al piacere immediato per evitare sofferenze future. La saggezza consiste proprio nel fare questi ragionamenti, nel saper calcolare come ottenere la gioia più duratura e sostenibile. Il saggio è colui che sa valutare le conseguenze delle proprie azioni e sa controllare il proprio conatus per ottenere il massimo beneficio.
Questo porta Spinoza a formulare una serie di regole di vita che, paradossalmente, possono sembrare simili a quelle della Bibbia. Ad esempio, come dovremmo reagire all’odio?
L’istinto ci direbbe di rispondere all’odio con altro odio: se qualcuno ci odia e ci fa del male, la reazione naturale sarebbe odiarlo a nostra volta e cercare vendetta. Ma Spinoza ci invita a riflettere: se rispondiamo all’odio con altro odio, si innesca un circolo vizioso. Ogni azione d’odio genera un’altra azione d’odio, e così via, peggiorando sempre di più la situazione. L’unico modo per spezzare questo circolo è rispondere all’odio con l’amore. Spinoza sostiene che l’odio si alimenta di altro odio, ma se rispondiamo all’odio con amore o indifferenza, l’odio si estingue. Se qualcuno ci offende e noi mostriamo indifferenza o, addirittura, ringraziamo la persona, questa non saprà più come reagire. L’amore, quindi, è l’unica risposta razionale e logica all’odio, non perché lo dice Dio, ma perché è il modo più efficace per vivere bene e in armonia.

Tutto ciò porta a concludere, e a riassumere il suo pensiero, in una teoria che è quella dei gradi della conoscenza. Spinoza sostiene che, quando l’uomo cerca di comprendere il mondo, esistono tre diversi livelli o gradi di conoscenza, e a ciascuno di essi corrisponde un diverso tipo di vita.
Il primo livello, il grado più basso, è quello della percezione sensibile. È il livello più superficiale ed elementare, in cui ci accontentiamo di conoscere ciò che vediamo attraverso i sensi. A questo stadio, vediamo le cose come separate e indipendenti l’una dall’altra, senza cogliere l’unità che le lega. Questa visione frammentaria del mondo ci fa vivere una vita dominata dalle passioni, senza comprenderne le cause o riuscire a governarle. Così, quando proviamo odio, rabbia o amore, reagiamo d’impulso: rispondiamo all’odio con odio, alla rabbia con pugni, o corriamo dietro al primo oggetto del nostro amore. In questo stato, siamo schiavi del nostro conatus, incapaci di dirigerlo, e la nostra vita rimane legata alle passioni più basse e meno consapevoli.
Il secondo livello è quello della ragione, un gradino più alto rispetto alla percezione sensibile. In questo stadio, l’uomo inizia a rendersi conto che i fenomeni non sono separati come sembrano, ma interconnessi da leggi e rapporti di causa ed effetto. A questo livello, l’uomo non è più schiavo delle passioni, ma inizia a usare la ragione per guidare il proprio conatus. Ad esempio, può ragionare sulla rabbia che prova verso una persona e decidere se valga davvero la pena rispondere con violenza o, piuttosto, cercare modi più costruttivi di sfogarla, come fare altre attività. L’uomo che vive secondo ragione riesce a dirigere le proprie emozioni e a raggiungere una felicità più grande rispetto a chi vive dominato dalle passioni.
Infine, c’è un terzo livello, il grado più alto della conoscenza, che Spinoza chiama conoscenza intuitiva. A questo livello, l’uomo va oltre la ragione e intuisce che non solo i fenomeni sono collegati tra loro, ma che tutto fa parte di un’unica sostanza. Si comprende che l’intero universo è un’entità unica e necessaria, e che ogni cosa – inclusi noi stessi – è legata a tutte le altre. Io, un animale, una pianta, siamo tutti parte della stessa sostanza universale. Tutto ciò che accade, incluso il nostro ammalarci o morire, avviene perché fa parte della natura delle cose. Non c’è un bene o un male assoluto, né un prima o un dopo: tutto è interconnesso e tutto è soggetto al cambiamento.
Questa consapevolezza di essere parte di un tutto necessario porta all’amore intellettuale di Dio, che Spinoza considera la forma più alta di vita. Non si tratta di amare Dio nel senso cristiano o ebraico, ma di amare il tutto, l’infinito, la sostanza stessa della realtà. Significa accettare la propria posizione nell’universo, riconoscere che i nostri dolori, desideri e speranze sono solo una piccola parte di un insieme molto più vasto. Se riusciamo ad amare e accettare questa realtà, comprendiamo che tutto ciò che accade non ha uno scopo preciso, ma avviene semplicemente secondo leggi necessarie. Accettando questo, siamo in grado di trovare un equilibrio con il mondo, con il cosmo e con la creazione stessa. Solo allora possiamo vivere veramente felici, consapevoli di essere parte di questo universo, parte di questa divinità, e accettare tutto ciò che ci capita con serenità.

Questa è in sintesi la filosofia di Spinoza, una filosofia molto avanzata per il suo tempo. Spinoza si colloca all’interno del pensiero razionalista.
La geometria, secondo Spinoza, non si limita a descrivere elementi puramente geometrici, ma può essere applicata anche alla vita concreta. Tuttavia, a differenza di altri approcci più empirici o sperimentali, Spinoza rimane fedele alla sua impostazione: non fa esperimenti, non si affida all’osservazione empirica, ma si limita al ragionamento. Con questi ragionamenti, crede di aver trovato una via per la felicità dell’uomo, una via che va controcorrente rispetto alle idee dominanti del suo tempo.
Rifiuta ogni forma di religione rivelata, ogni visione in cui Dio assume tratti antropomorfi, e nega la trascendenza in tutte le sue forme. Secondo lui, non esiste un altro mondo, non c’è un Dio al di fuori della realtà che viviamo, non esistono paradisi, inferni o altre dimensioni ultraterrene. Esiste solo la nostra realtà, che è infinita e che coincide con la sostanza di cui facciamo parte. In altre parole, noi stessi, come tutto ciò che ci circonda, siamo manifestazioni di questa realtà unica.
L’unica vera felicità risiede nella consapevolezza del proprio ruolo all’interno di questa realtà infinita. Sapere dove ci troviamo, capire che siamo parte di un tutto, e riuscire a governare il nostro conatus – quella spinta vitale che ci muove – ci permette di trovare la vera felicità. Questo concetto di accettazione del proprio destino, di amore per il fato, anticipa quello che poi sarà l’amor fati di Nietzsche, il quale, in molti aspetti, si avvicinerà alle idee di Spinoza. È un amore per la realtà così com’è, un’accettazione totale di ciò che accade, senza cercare di opporvisi. Questo porta alla felicità, secondo Spinoza.

Certamente, difendere queste tesi nel ‘600 era una sfida enorme, e probabilmente lo sarebbe anche ad oggi. Tuttavia, la filosofia di Spinoza verrà riscoperta nell’800, in particolare dagli idealisti come Hegel e Fichte, i quali furono profondamente influenzati da lui. Il concetto di un tutto infinito di cui noi, esseri finiti, siamo solo frammenti, ritornerà nel Romanticismo e nell’Idealismo, ed è ancora oggi oggetto di studio e riflessione.