La riflessione di Talete sull’arché fu poi continuata da Anassimandro, che fu suo allievo.
Nacque nel 610 a.C. ca. e morì nel 546 a.C. ca., sempre a Mileto. Proveniva da una famiglia ricca, poté studiare e fu anche lui tante cose: filosofo, geografo, astronomo, politico. Scrisse un’opera di cui abbiamo un breve frammento, intitolata “Sulla natura”, titolo generico che veniva dato a tutte queste prime opere filosofiche, molte delle quali, come la suddetta, scritte in prosa. Questo è un primo segno di come la filosofia si stia rendendo autonoma dal mito, ma che lo sia, ancora, fino a un certo punto.
Anassimandro critica il suo maestro perché ritiene che la sua dottrina sull’acqua abbia un difetto. Per i greci, a quel tempo, esistevano quattro elementi naturali: la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco.
Talete aveva scelto uno di questi elementi, l’acqua, per identificarlo come archè. Ma perché proprio l’acqua? L’acqua è sicuramente importante, ma rende difficile poi giustificare l’esistenza degli altri elementi. Come si fa a dire che dall’acqua nasce il fuoco? L’acqua e il fuoco sono due opposti, l’acqua spegne il fuoco. Come puoi dire che dall’acqua si genera l’aria? È difficile e complicato.
Per questo, secondo Anassimandro, l’arché non poteva essere l’acqua. E, non solo, secondo il filosofo l’arché non poteva essere uno dei quattro elementi, ma doveva essere un qualcosa che veniva prima di essi. Un qualcosa di primordiale, che nel nostro mondo non è naturalmente presente, un qualcosa che è dentro alle cose ma non si vede, un qualcosa di indefinito, che il filo chiama con il termine greco apeiron.

L’apeiron è la radice di tutto, ma non è un elemento naturale. È quel qualcosa che noi non vediamo in natura, anche se dentro ad ogni cosa. Anassimandro anticipa un discorso modernissimo come quello delle particelle atomiche. L’apeiron è qualcosa di indefinito, qualcosa di infinito nello spazio e nel tempo. Anassimandro ci dice che prima che il mondo si generasse esisteva questo apeiron, che era un miscuglio indefinito di tutto, un caos informe, dove tutto era già presente ma non ancora definito. Tutto era in un movimento rotatorio, girava vorticosamente e continuamente, un movimento talmente forte per cui, da questo, a un certo punto hanno iniziato a staccarsi delle cose, che si sono così generate. Queste cose si distaccarono tramite una legge che si chiama legge della separazione. Secondo questa legge, le cose non si staccano singolarmente, ma sempre a coppie. Questo perché il mondo si genera sulla base di contrari (il giorno e la notte, il caldo e il freddo, la vita e la morte, etc.). Il mondo è formato da coppie di contrari che sono in lotta tra loro, senza però eliminarsi mai del tutto, ma alternandosi ciclicamente. Anassimandro dice che i contrari si commettono reciproca ingiustizia, si macchiano della colpa di sconfiggere il loro contrario, e poi vengono, a loro volta, sconfitti dal proprio contrario e così via, in un ciclo infinito. Vi è anche in questo una visione ciclica del tempo, tipica dei greci. Tutto nasce dall’apeiron, vive una sua vita ciclica, e poi vi ritorna. Anassimandro fu il primo a sostenere che il pianeta Terra non fosse sostenuto da alcunché, cioè non fosse appoggiato come diceva Talete sull’acqua, o su un elefante (induismo). Per lui il pianeta Terra, in un certo senso, galleggiava nello spazio. Questa è certamente una visione molto innovativa per il tempo in cui visse Anassimandro e può essere, in un certo senso, vista come un’anticipazione, molto vaga e molto generica, della teoria gravitazione universale, anche se, a onor del vero, Anassimandro pensava che la terra fosse un cilindro.
Il filosofo è stato stato inoltre il primo a parlare di infiniti mondi, ovvero il primo a ipotizzare che la nostra Terra non fosse l’unico pianeta abitabile nell’universo. Ed è stato soprattutto il primo ad abbozzare una vaga idea di evoluzionismo, poiché ha sostenuto che gli uomini non fossero comparsi sulla Terra così come sono oggi, ma che siano derivati da altri animali. Egli non pensava però che fossimo l’evoluzione delle scimmie, ma che ci fossimo, in qualche modo, evoluti dai pesci, dall’acqua. Questo, forse, per omaggiare il suo maestro.

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