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Platone

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Platone

Vita

Platone è stato un filosofo greco vissuto tra il 427 e il 347 a.C. nato da una famiglia aristocratica di Atene. In quel periodo la città era in crisi e aveva perso parte della sua forza e del suo prestigio. Una crisi sociale e filosofica dove Platone si inserisce e inizia a far filosofia. L’inizio di tutto avviene in seguito ad un avvenimento che lo segnò per tutta la vita, la morte del suo maestro Socrate. Questa morte per Platone è da imputare ai sofisti, è colpa loro se Socrate è stato condannato ingiustamente. La colpa è di chi ha diffuso ad Atene l’idea che non esista una verità assoluta, ma che esistano tante verità quanti sono i punti di vista, e che non ci sia una ragione suprema, ma che c’è ne siano tante quante sono diverse le ragioni.
Anzi chi è il più bravo a parlare può aver sempre ragione. Platone è completamente contraria a questa visione.

Inizialmente voleva diventare un uomo politico, ma poiché il suo maestro è stato condannato ingiustamente, a causa di idee sbagliate che si sono diffuse ad Atene, sentirà la necessità di provare a rimediare a questo errore. Inizia a dedicarsi alla filosofia verso i 30 anni, l’evento piu significativo della sua vita è quando decide di andare in Sicilia, a Siracusa. Qui provó a mettere in atto le sue politiche, iniziò a pensare ad un sistema politico che potesse rimediare agli errori visti ad Atene. Un sistema che potesse superarne i limiti, le difficoltà, e provó a metterlo in pratica. Il suo tentativo era quello di mettere queste idee nella testa delle persone vicine al tiranno locale, ma purtroppo per lui finisce male. Viene arrestato e venduto come schiavo. Riuscirà solo poi a liberarsi e a rientrare ad Atene, dove rinuncerà a questi propositi.
Ad Atene fondó la sua scuola, che lui stesso chiamò “Accademia”. Nome che deriva dal luogo in cui si trovava (proprio come faranno poi anche i cinici). Tra i suoi allievi troviamo Aristotele.
Parlando degli scritti abbiamo tantissime opere: 34 dialoghi, alcune lettere e l’apologia di Socrate. Quest’ultimo è il primo scritto di Platone che è dedicato interamente al processo affrontato dal suo maestro. Gli scritti sono quasi tutti sotto forma di dialogo, cioè vengono scritti come se fossero un copione teatrale, all’interno dei quali troviamo i vari personaggi che interloquiscono tra loro e nel farlo illustrano l’idea di Platone. Questa scelta è usata perché Platone tenta di rimanere in parte fedele all’insegnamento del suo maestro, il quale non aveva mai voluto scrivere nulla perché riteneva che la filosofia si dovesse fare solo parlando e discutendo senza mai fissarla su carta, il che equivaleva a vederla morire. Il pensiero fissato su carta non è in grado di evolvere più, e di conseguenza muore. Platone, per fortuna nostra, si distacca dal pensiero di Socrate e decide di scrivere, tenta comunque di replicare sulla pagina scritta con uno stile dialogato. Fa spesso ricorso anche a miti, cioè racconti, storie, leggende che gli servono per introdurre argomenti filosofici. 

Le opere

Le fasi della produzione filosofica di Platone si possono suddividere in tre:

  • Gli scritti giovanile.
  • Gli scritti della maturità.
  • Gli scritti della vecchiaia.

I dialoghi del primo periodo sono quelli meno importanti della produzione di Platone. Sono scritti a stretto ridosso della morte di Socrate, quindi pesantemente influenzati dal pensiero del maestro. Gli studiosi ritengono che questi dialoghi non manifestino ancora appieno il pensiero di Platone, ma più le idee di Socrate. Egli ha appena concluso gli insegnamenti con Socrate, ed è quindi ancora molto legato al suo pensiero. Sono dialoghi quasi tutti incentrati sul tema della virtù, tema principale delle riflessioni del maestro. In questi dialoghi è Socrate che si confronta con i vari sofisti, quindi in un certo senso si cerca di difendere il pensiero del maestro e di attaccare i sofisti. Tra questi citiamo: L’Apologia, il Critone, Liside. 

Nella fase della maturità sono contenute le principali dottrine di Platone quelle da conoscere e ricordare. Soprattutto perché ci serviranno per capire i tanti filosofi che vengono dopo di lui. Tra questi citiamo: La Repubblica, il Fedro, il Simposio.

Nella fase della vecchiaia Platone pone una completa revisione alle sue dottrine, affinandole e controbattendo alle critiche che gli sono poste durante la vita. Tra questi citiamo: il Parmenide, il Timeo, il Teeteto.

Le dottrine di Platone

Le principali dottrine di cui parleremo sono:

  • La dottrina delle idee.
  • La dottrina della reminiscenza.
  • La dottrina dell’amore.

Dottrina delle idee

Per Platone le idee non sono quelle a cui noi pensiamo oggi. Quando usiamo la parola idea intendiamo un concetto presente nella mente di ognuno di noi. L’idea di un oggetto vuol dire l’immagine in un certo senso concettuale che mi faccio di quell’oggetto, per Platone l’idea non va usata in questo senso. Le idee non sono concetti mentali, ma sono delle realtà esistenti ontologicamente, che si trovano in un altro piano della realtà. Cosa vuol dire questo? Proviamo a immaginare un triangolo. Chiudendo gli occhi ognuno di noi immagina un triangolo fatto in un certo modo, ma questo avrà delle caratteristiche comuni a tutti i triangoli, come avere tre lati, tre angoli interni la cui somma faccia 180 gradi, ad esempio. Per quanto possa immaginarlo in maniera diversa questo triangolo avrà determinate caratteristiche comuni, come se esistesse al di là di come lo immaginiamo. Ognuno di noi ha un’idea di triangolo che è, per dire, universale. Quando noi parliamo di qualcosa ci appelliamo, senza saperlo, a un’idea superiore, a un concetto che esiste al di là della nostra mente, che è eterno e immutabile.
Platone riflette sul modo in cui noi conosciamo il mondo che ci circonda, la nostra fonte privilegiata di conoscenza del mondo terreno sono i sensi. Toccare, vedere, sentire sono i modi di conoscere, ma non è detto che quello che tocco, vedo o sento valga per me come vale per gli altri. Quando noi usiamo i sensi arriviamo a una forma di conoscenza che viene chiamata, da Platone, opinione.
Questa conoscenza è molto superficiale, non è né stabile, né sicura, non c’è accordo tra di noi. Una cosa che a me pare vera oggi, domani potrebbe non esserlo più. I sensi ci danno una conoscenza molto labile. Quindi questa forma di conoscenza, che chiamiamo opinione, non dura e non da una verità condivisa, quindi ci fornisce delle conoscenze molto fragili. Ci sono però altre forme di conoscenza più solide, come ad esempio la matematica. 1+1 fa sempre 2, indipendentemente dai nostri sensi. Allora questo vuol dire che esiste una forma di conoscenza più elevata dell’opinione, che Platone chiama scienza. Questa si basa sulla ragione.
Per Platone esistono idee, idee platoniche, eterne e immutabili, che ci mettono tutti d’accordo (1+1 fa 2), la ragione quando funziona ci porta alla scienza. Quando si studiano gli enti matematici, si studiano le idee che si trovano da un’altra parte, che non è qui nel nostro mondo, ma in un altro piano della realtà, che Platone chiama Iperuranio. In questo luogo ci sono le idee, che sono eterne, immutabili e perfette. Solo accedendo a questo mondo possiamo arrivare ad una conoscenza solida.
Troviamo quindi un dualismo, due mondi, il mondo sensibile, in cui noi viviamo e in cui usiamo i sensi per conoscere. Qui possiamo arrivare ad un massimo di conoscenza che è l’opinione.
Poi c’è un altro mondo, il mondo delle idee, che si trova da qualche altra parte, non sappiamo dove, a cui possiamo accedere solo con la ragione, che ci porta alla scienza, e quindi alla verità.
Riprendiamo il triangolo di prima, e ragioniamo sull’idea di triangolo. L’idea sta sia nel mondo delle idee ma anche qui sulla Terra, poiché esistono triangoli anche qui sulla Terra. Ebbene le cose che ci sono sulla Terra imitano le idee che si trovano nell’iperuranio, sono delle copie. L’idea è il modello perfetto, la cosa sensibile è la sua copia, che però è peggiore dell’originale. 

Platone introduce quattro tipologie di idee (per ordine di importanza qui elencate): 

  • idee di valori, ad esempio l’idea di bene, l’idea di bellezza, l’idea di giustizia. 
  • idee matematiche, come la retta, il triangolo, etc.
  • idee di cose naturali, tipo l’idea di albero. 
  • idea di cosa artificiali, ad esempio l’idea di letto, di casa, etc. 

Se prendiamo in considerazione l’idea di uomo, troviamo tanti uomini che assomigliano all’idea di uomo, ma non sono perfetti come l’idea di uomo. L’idea dell’uomo è quella che ha tutte le caratteristiche fondamentali di un’idea, non muta nel tempo, è perfetta, gli uomini invece mutano nel tempo. Questo vale per tutti gli uomini perché c’è un rapporto di imitazione, Platone usa l’espressione mimesi. In altre occasioni usa anche termini come metessi e parusia, la prima vuol dire partecipazione, ovvero le cose sensibili partecipano con le idee, come se fossero spinte ad assomigliargli. La parusia invece presuppone la presenza di una parte dell’idea dentro le cose. 

Dottrina della reminiscenza

Ma come facciamo a conoscere l’idea di triangolo? Se questa si trova in un altro piano della realtà e noi viviamo qui? Platone ce lo spiega tramite la dottrina della reminiscenza. In pratica sostiene che noi siamo fatti di anima e corpo, come dicevano i pitagorici. Il corpo è materiale ed è legato a questo mondo, tende a invecchiare e a un certo punto muore. L’anima invece è immortale, ed è più vicina al mondo delle idee che a questo. E’ ingabbiata in questo mondo, ma tenderebbe a tornare verso il mondo delle idee. Infatti, secondo Platone, quando il nostro corpo muore l’anima si eleva e inizia un cammino che la porterà a reincarnarsi. Proprio come i pitagorici anche lui crede nella metempsicosi. La nostra anima dopo la morte del corpo, sale nell’Iperuranio, e li può scorgere le idee, però non le vede abbastanza, perché ci passa poco tempo, e riprecipita subito nel nostro mondo poiché deve reincarnarsi. Nel cadere compie un salto così abissale e catastrofico, che dimentica tutto quello che ha visto nell’Iperuranio. Quindi quando l’essere umano rinasce, l’anima diventa un bambino, per questo non si ricorda nulla di quello che ha visto. Infatti, il bambino all’inizio della sua vita non sa nulla, però quando inizia ad apprendere le cose queste si risvegliano in lui. Il ricordo dell’idea, della cosa stessa che ha visto nell’Iperuranio si risveglia. Quando gli spieghiamo come è un triangolo, la spiegazione non è che gli sta introducendo nuovi dati nella mente, ma è piuttosto un risveglio del ricordo sopito dell’idea di triangolo, che lui ha già conosciuto ma che ha dimenticato. Quindi per Platone le conoscenze sono già presenti dentro di noi dalla nascita, si dice che è un innatista. Bisogna solo farle riemergere, farle venir fuori, ricordarle.
Nel mito della biga, tratto dal Fedro, le nostre anime salgono nell’iperuranio prima di reincarnarsi, ma passano più o meno tempo in questo mondo. Le anime che sono più sagge vi passeranno più tempo, e vedranno più idee, le anime meno sagge vi passeranno meno tempo, di conseguenza vedranno meno idee. Quando poi cadranno, le anime che hanno visto più idee avranno più conoscenze da risvegliare, le anime che ne hanno viste di meno ne avranno meno. E sulla base di cosa passa più o meno tempo nell’Iperuranio?  Nel mito si fa una similitudine tra l’anima umana e una biga alata. La biga è guidata da un auriga, che è il conducente, e due cavalli, uno bianco e uno nero. Quello bianco è molto ubbidiente, quello nero molto disubbidiente. Queste sono le tre parti dell’anima. Una parte razionale che è l’auriga, una parte irascibile, cioè la volontà, che è il cavallo bianco e una parte irascibile, cioè la parte che si lascia prendere dalle passioni terrene, che è il cavallo nero. L’auriga tenta di far volare la biga alata verso l’Iperuranio, perché capisce che vedere le idee è la cosa più saggia da fare. Il cavallo bianco quindi obbedisce all’auriga e inizia battere le ali verso l’alto, ma il cavallo nero è disubbidiente e scalpita nel ridiscendere verso le passioni terrene. Se la mia anima ha la parte razionale molto forte, allora avrò una biga che riesce a contenere il cavallo nero e quello bianco avrà la meglio per portarmi verso l’Iperuranio. Se però la mia anima è soggetta alle passioni non riuscirà a contenere l’animo del cavallo nero, il quale avrà la meglio sulle altre due parti. Per questo ogni anima starà per un tempo diverso nell’Iperuranio, e di conseguenza avrà una visione più o meno chiara delle idee.
Tutto questo mito ha lo scopo di rispondere ai sofisti, i quali insegnavano che non esiste una verità unica, ma tantissime verità, e se si è abili con le parole si può far sembrare vera una cosa e volendo anche l’esatto opposto. Platone rifiuta tutto questo, sostiene che non è vero che esistono tanti punti di vista, tante verità, ma esiste un’unica verità, un’unica giustizia, unica bellezza, e sono degli assoluti. Noi dobbiamo fare di tutto per cercare di conoscere le idee, le persone sagge, quelle che hanno vissuto saggiamente, quelle che hanno un’anima la quale riesce a salire nell’Iperuranio e a conoscere la vera giustizia.

Dottrina dell’amore

Nel Simposio, uno dei dialoghi più famosi, c’è un dialogo in cui Platone immagina una cena tra alcuni invitati prestigiosi di Atene. Il tema della cena è l’amore. Ognuno esprime la sua opinione sull’argomento, ma fra le tante, due sono meritevoli di essere menzionate, una é detta da Aristofane e l’altra da Socrate. 
Il primo racconta “il mito degli androgini“. In principio sulla Terra esistevano i maschi, le femmine e gli androgini, esseri che avevano un corpo formato da entrambi i sessi, maschile e femminile (quindi ermafroditi). A un certo punto quest’ultimi fecero arrabbiare gli dèi che per punizione li separarono. Da quel momento in poi il corpo maschile e il corpo femminile si cercano, perché sentono la mancanza della propria metà, con la volontà di ricostituire l’unità perduta. Quindi secondo questo mito l’amore è ricerca di completezza, il sentire la mancanza di qualcosa e la necessità di cercarlo di conseguenza. 
Socrate ci racconta “il mito di Eros”, si chiede: cos’è l’amore? L’amore viene spesso rappresentato da Eros, un fanciullo paffuto che scocca delle frecce. Eros è un semidio, secondo il mito è figlio di Penia e Poros, la prima è la personificazione della povertà e del bisogno, di chi prova mancanza per qualcosa, Poros è la personificazione dell’ingegno. Allora se Eros è figlio loro, vuol dire che è allo stesso tempo figlio di sentire la mancanza di qualcosa e di ricercare quella stessa cosa che gli manca. Per questo Eros è brutto ma cerca la bellezza, perché ha sete di bellezza. In questo senso può essere considerato un simbolo della filosofia, perché la filosofia per Platone è scoprirsi ignoranti e cercare di colmare questa lacuna. È un messaggio molto socratico. La filosofia è una forma d’amore, e se l’amore è sentire la mancanza di qualcosa e la necessità di cercare di colmare questa mancanza, allora la filosofia è la forma più alta d’amore, perché è sentire la mancanza della sapienza e cercare di colmarla.
Eros è un filosofo. 

Lo Stato e le classi

Nella Repubblica si riassume il pensiero politico e si tenta di delineare la forma di uno stato perfetto. L’obiettivo è quello di creare uno stato il più giusto possibile, perché Socrate è stato processato ingiustamente ma noi dobbiamo cercare di creare uno stato che invece garantisca la giustizia. Platone sostiene che uno stato giusto deve imitare la giustizia dell’uomo. Prima parlando del mito della biga, Platone dice che un uomo è saggio quando la parte razionale guida, la parte irascibile obbedisce e la parte concupiscibile non crea problemi. Allora se questo è vero per gli uomini può esserlo anche per gli stati. Gli stati rappresentano in grande quello che l’uomo rappresenta nel piccolo. Platone crea un parallelismo tra stato e uomo, se l’anima dell’uomo presenta tre parti anche lo stato ne presenterà tre, le classi. La popolazione viene quindi divisa in tre classi. La prima, fondamentale, è quella dei governanti, che corrisponde alla parte razionale dell’anima. I governanti sono le persone più razionali che ci sono, tutte le persone che ne fanno parte hanno un’anima tripartita ma la parte più forte è quella razionale. I governanti saranno persone molto razionali, come i filosofi, o quelle persone che riescono a dominare le proprie passioni, i propri istinti e che decidono per il meglio. I filosofi hanno quindi il compito di governare. 
La seconda classe, i guerrieri, sono quelli che hanno la parte irascibile dell’anima più sviluppata, che corrisponde al cavallo bianco, ubbidiente, forte, vigoroso, che obbedisce agli ordini dell’auriga, la parte razionale. Sono quegli uomini capaci di non cedere alle pressioni delle paure, ma hanno un obiettivo chiaro e una direzione ben delineata. I guerrieri sono quelli che devono avere le armi, quelli che devono avere il compito di proteggere lo stato. 
La terza classe, sono quelli che hanno una parte concupiscibile particolarmente forte, il cavallo nero. Quelli che non hanno abbastanza razionalità e volontà da potersi contenere. Sono tutti gli altri, i lavoratori, tutte le persone che non hanno qualità specifiche e che quindi non possono né governare, né difendere la patria, ma faranno tutto il resto. 
Appare chiaro che un sistema così delineato è antidemocratico, ad Atene ogni cittadino aveva diritto di proporre delle leggi e votare. Qui no. Solo i filosofi possono, tutti gli altri sono esclusi, non hanno voce in capitolo. Ognuno deve fare solo il suo mestiere, le decisioni vengono prese da chi ne è capace, da chi ha le caratteristiche psicologiche, cioè legate all’anima, per governare. È un sistema che si definisce sofocratico, dove a dominare è la sapienza. Il potere è dato a chi ha la razionalità. In un certo senso è una forma di meritocrazia estrema. L’appartenenza alle tre classi non è un fattore ereditario, ma dipende solo dalle proprie capacità. 
Platone prevede anche un percorso di vita per le tre classi. La terza classe, quella dei lavoratori, vive normalmente, ma le prime due devono essere condotte a uno stile di vita diverso, che viene chiamato comunismo platonico. In pratica queste due classi non hanno proprietà privata, vivono in una comunanza dei beni, che è necessaria se si vuole evitare la corruttibilità di queste persone. Non hanno famiglie tradizionali, non possono avere dei partner fissi, né avere figli propri. Platone immagina che i figli vengano tolti alle coppie appena nati, e allevati in comune in modo che le coppie non possano avere preferenze. In questo modo tu non sai quale è tuo figlio, e quindi vuoi bene a tutti in modo uguale. Le coppie non sono stabili, perché si vuole che, ad esempio, i filosofi accoppiandosi tra di loro, non per amore che è un sentimento passionale della terza classe, generino figli con l’unico scopo di avere persone valide per lo stato. Questo vuol dire che l’accoppiamento ha come finalità la nascita di nuovi futuri filosofi, di bambini che saranno razionali come genitori. 

L’educazione

Tutto questo sistema può funzionare a patto che i filosofi vengano ben educati, e che siano quindi pienamente coscienti del loro ruolo. Di fatto non vi è nessun meccanismo di controllo, non ci sono leggi che limitino il potere, nessuno può giudicare i filosofi, questi hanno pieni poteri. Ma allora quale è la garanzia che i filosofi governino bene? Per Platone tutto sta nell’educazione che i filosofi ricevono. Devono essere educati seguendo un piano di studi rigoroso, che prevede in primis molta matematica, perché è la disciplina più importante, poi altre discipline sempre collegate come l’astronomia, la geometria e così via. Dai 30 anni in poi si potrà fare filosofia, per cinque anni, seguito poi da un lungo praticantato che va dai 35 ai 50 anni. Solo a 50 anni, un’età molto matura, si sarà saggi, rigorosi e razionali, pronti a governare. 
Tutto questo lo troviamo sintetizzato nel famosissimo “mito della caverna”, presente all’interno della Repubblica. Nel mito si racconta di uno schiavo incatenato all’interno di una caverna insieme ad altri schiavi. È lì fermo dalla nascita e riesce a vedere solo quello che si trova sul fondo della caverna, perché ha il viso rivolto verso il fondo della caverna. A un certo punto questo schiavo riesce a liberarsi e a scappare. Nello scappare si accorge che nella caverna c’è un fuoco, e capisce che quella che vedeva sul fondo della caverna non erano cose vere ma solo ombre. Poi finalmente riesce ad uscire dalla caverna, ma appena fuori all’aperto non riesce a guardarsi attorno perché la luce lo acceca. Gli occhi non sono abituati alla luce, all’inizio riesce a distinguere soltanto le ombre delle persone e le loro immagini riflesse nell’acqua. Solo con il passare del tempo si abitua alla luce e comincia a vedere gli oggetti stessi. Di notte, guardando il cielo, può ammirare i corpi celesti. Infine, il prigioniero liberato è capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell’acqua, e capirebbe che:

«è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.»

Presa coscienza della situazione, vorrebbe tornare nella caverna per liberare i suoi compagni. Questo perché è felice del cambiamento e prova per loro un senso di pietà. Il problema è convincere gli altri prigionieri ad essere liberati, infatti, dovendo riabituare gli occhi all’ombra, dovrebbe passare del tempo prima che possa vedere distintamente nel fondo della caverna. Durante questo periodo, egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri, inoltre, questa sua temporanea cecità, influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento, e potrebbe spingere i prigionieri ad ucciderlo se tentasse di liberarli e portarli verso la luce. Questo perché, secondo loro, non varrebbe la pena subire il dolore dell’accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte.
Nel mito, lo schiavo rappresenta il filosofo, che riesce a spezzare le catene che lo tengono incatenato e a scoprire che questo mondo è una caverna, cioè un’ombra della verità. Uscendo fuori dalla caverna riesce a vedere il mondo vero, il mondo delle idee perfette. All’inizio vede le cose riflessi nell’acqua, le idee matematiche, poi riesce a vedere le cose attorno a sé, idee e valori. Infine vede il sole che rappresenta l’idea di bene. Quando però il filosofo tenta di tornare dai suoi compagni di prigionia, cioè dagli altri uomini, per raccontare loro quello che ha visto e liberali, non viene ascoltato, anzi può addirittura essere ucciso da questi, quello che in fondo è avvenuto con Socrate.  

L’arte
Nel percorso di studi dei futuri filosofi e governanti manca una disciplina, che in Grecia era ritenuta molto importante, l’arte. Platone lancia un’accusa contro l’arte, per lui è diseducativa e va evitata. Questa scelta riporta varie motivazioni, ma la più importante è che l’arte non ci avvicini alle idee anzi ci allontani da queste. Si pone questa domanda: cosa fa un artista quando compone la sua opera?
Dipinge, scolpisce, imita qualcosa che vede. Un dipinto di un vaso non è altro che l’imitazione di quel vaso, ma come dicevamo la nostra realtà sensibile è a sua volta l’imitazione dell’idea di vaso. Quindi il dipinto è l’imitazione di un vaso, che a sua volta è l’imitazione dell’idea di vaso. Per questo non mi avvicina all’idea di vaso, anzi mi allontana da essa perché è distante due gradi dall’idea. Paradossalmente il vaso reale è molto meglio del dipinto perché è più vicino all’idea. L’arte va quindi evitata.

 La degenerazione degli Stati
Platone si rende conto che il modello di stato che ha delineato non trova corrispondenza nella realtà, molto spesso gli stati concreti sono molto diversi dal suo. Questo perché gli stati concreti rappresentano delle degenerazioni rispetto allo stato perfetto, è come se avessero preso l’idea di stato di Platone e l’avessero peggiorata. Egli fa proprio una gerarchia degli stati esistenti: 

  • la timocrazia, a comandare sono gli ambiziosi quelli che desiderano gli onori;
  • l’oligarchia, a comandare sono i più ricchi quelli che vogliono il denaro;
  • la democrazia, il potere è condiviso ma in realtà ognuno fa ciò che vuole, quindi non c’è una direzione comune ma ognuno spinge per le sue per i suoi interessi personali;
  • la tirannide è una forma che deriva dalla democrazia in cui il potere in mano ovviamente a un tiranno.

Platone vecchiaia
In questa ultima fase Platone riprende le sue dottrine e le revisiona. Questo perché dentro l’Accademia riceve delle critiche e si rende conto che alcune teorie da lui elaborate mostrano dei difetti. Nel Teeteto, nel Parmenide e nel Sofista tenta quindi di risolvere queste questioni. Nei primi due Platone individua i problemi più importanti e nel terzo propone delle soluzioni.
I problemi più importanti in cui incappa sono sostanzialmente tre:

  1. La moltiplicazione delle idee, il rapporto tra idee e cose è difficile da definire. Platone parla di mimesi. Si è detto che dentro alle cose c’è una parte dell’idea, ma se questo fosse vero allora vorrebbe dire che le idee sono tante, perché in ogni albero c’è almeno una parte dell’idea di albero. Quindi non ci sarebbe un’unica idea di albero ma ne esisterebbero milioni. Ma se le idee sono uniche come fanno ad essere anche moltiplicate? 
  2. L’argomento del terzo uomo, l’esempio portato è quello di un uomo, da cui prende il nome dell’argomento. Secondo la teoria platonica, tutti gli uomini del mondo sensibile sono tali perché partecipano dell’idea di Uomo, perfetta in sé, ma separata rispetto a quei singoli uomini. Nonostante tale separazione ci deve essere un legame, o un elemento in comune, sul quale quegli uomini particolari siano effettivamente partecipi all’idea di uomo, altrimenti non vi parteciperebbero affatto. Proprio l’idea del «terzo uomo» rappresenta dunque tutto ciò che è in comune tra gli uomini sensibili e l’idea di uomo. Ma a questo punto, anche il terzo uomo si troverebbe separato dall’Idea, e vi sarebbe bisogno di un ulteriore elemento che ne rappresenti gli aspetti in comune, poi un altro ancora, e così via all’infinito. Si può benissimo definire così un regresso all’infinito.
  3. La logica parmenidea, Platone non è d’accordo con Parmenide perché le idee non sono un’unica entità, sono molteplici. Com’è possibile allora che l’essere sia molteplice quando Parmenide ci dice che è unico? Secondo la logica parmenidea di essere ce ne può essere uno solo. 

Tutti questi problemi hanno risposta nel Sofista dove Platone trova una soluzione tramite una nuova dottrina, che è la teoria dei generi sommi.
Quando parla del rapporto tra idee, dobbiamo pensare a come funziona il rapporto tra lettere e parole. Se prendiamo l’alfabeto, questo non è infinito, ci sono 26 lettere. Questo numero limitato di lettere si possono combinare in maniera tale da avere migliaia di parole, pur partendo da solo 26 lettere. Allora il rapporto tra idee e cose funziona in maniera simile. Le idee sono un certo numero limitato, ma si combinano tra loro e generano più idee.
Riguardo alla logica parmenidea, risolve dicendo che sostanzialmente la logica Parmenide non è scorretta. Quando dico che Platone non è italiano, non intendo dire che Platone non esiste, ma intendo dire che esiste in maniera diversa dall’essere italiano. Infatti, se io combino le idee mi rendo conto che posso creare delle mappe, da lui chiamate mappe dicotomiche, secondo le quali da un’idea se ne dipanano altre a cascata. Questo significa che si può percorrere una via delle idee, sotto forma di scala, che ci porta dalle idee più particolari fino alle idee generali, che sono cinque, chiamate i cinque generi sommi. Qui afferiscono tutte le cose, perché queste sono in relazione con questi cinque generi sommi che sono: l’essere, l’identico, il diverso, il movimento, e la quiete. Ora quando dico che Platone non è italiano sto dicendo che Platone è diverso dall’essere italiano, sto dicendo che l’idea di Platone e l’idea di italiano non vanno insieme. Risolto il problema. 

Gli ultimi dialoghi
Concludiamo citando velocemente alcuni dialoghi in cui Platone rivede la sua dottrina in maniera più pragmatica, e soprattutto fortemente influenzata dai pitagorici. Platone si rende conto che l’Iperuranio deve rimanere un punto di riferimento per gli ideali e si deve vivere cercandolo. Ma in fondo il bene si può realizzare anche in questo mondo, almeno in parte.
3 dialoghi da citare: 

  • Il Filebo, l’uomo anche in questo mondo tra le cose accessibili può raggiungere il bene, a patto che si appelli agli ideali di misura stabiliti dai pitagorici, alla misura, alla limitazione e al contenimento delle passioni. Ciò permette di vivere in modo armonioso.
  • Il Timeo è un dialogo cosmologico che parla della creazione del mondo e racconta un mito in cui si definisce verosimile che all’inizio di tutto c’era della materia informe, il caos, a quel punto è intervenuto un ente divino chiamato Demiurgo, che era intelligente e amante del bene. Ben intenzionato ha preso questa materia informe e l’ha plasmata, imitando le idee, ha messo dentro tutte le cose che plasmava, l’anima del mondo, un principio spirituale che continua a plasmare le cose. Il Demiurgo non è un creatore, ma solo un ordinatore. C’è uno scopo nel mondo ed è quello che fa il Demiurgo, ovvero portare verso il bene gli uomini. Il Demiurgo continua a comunicare con gli uomini tramite gli astri, anch’essi plasmati da lui, e il modo in cui si muovono è segno dei messaggi che ci manda. L’astronomia diventa quindi una disciplina importantissima, perché ci permette di comunicare col Demiurgo. Nel Timeo Platone racconta anche il mito di Atlantide.
  • Le Leggi, in questo dialogo, Platone allarga la propria prospettiva dalla singola città all’ordine divino presente nel cosmo. Inoltre tenta di proporre un modello politico più aderente alla realtà. Secondo Platone è di fondamentale importanza evitare il conflitto tra le classi, e proprio a questo fine hanno un ruolo fondamentale le leggi di uno Stato. Esse hanno una duplice funzione: costrittiva, cioè prescrivono quale debba essere la condotta migliore per un buon cittadino, ed educativa, cioè educano i giovani che saranno i cittadini futuri. Platone sostiene che vadano istituite anche sanzioni, che devono essere viste come uno strumento atto a correggere gli errori commessi dall’individuo. Mentre nei dialoghi precedenti il filosofo era sopra la legge, nel suo ultimo dialogo Platone lo pone come custode delle norme e dell’ordinamento giuridico.

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